Muse Drones: la Recensione

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Muse Drones

Warner Music

Già prima di vedere la luce, il settimo album in studio dei Muse Drones era circondato da un hype stellare. Vuoi le dichiarazioni di Matthew Bellamy del 2014 – in cui sosteneva che il nuovo album sarebbe stato decisamente più heavy rispetto al predecessore – vuoi per i diversi singoli rilasciati prima della data ufficiale di pubblicazione, l’attenzione che ruotava attorno a questa nuova release era davvero tanta. E oggi 9 giugno 2015, data di pubblicazione, possiamo dire che era un’attenzione ben riposta. Come preannunciato dal bassista Chris Wolstenholme, il settimo album dei Muse non è solo un concept, ma un romanzo vero e proprio. La fa da padrona il viaggio all’interno dell’animo di un essere umano che sta subendo delle torture psicologiche che hanno lo scopo di ridurlo ad un involucro non pensante e completamente in mano alle macchine assassine che vogliono distruggere l’umanità.

Un caleidoscopio emotivo che si riflette sulle scelte musicali stilistiche di ogni singolo brano.

Perché, e qui andiamo a sfatare un luogo comune che ha circondato Drones dall’uscita del singolo “Psycho”, non è vero che si ritorna alle origini. O meglio, dal punto vista sonoro ci sono molti momenti che ricordano le atmosfere epiche di “Citizen Erased“o “Starlight” (secondo alcuni, “Mercy” sarebbe esattamente una nuova “Starlight”), ma è altrettanto vero che qui la fa da padrona la coerenza con la storia di partenza. Quindi, come riprodurre le mille emozioni di una persona tormentata se non con stati d’animo contrapposti?

Dead Inside” è il pezzo dell’album con le sonorità più elettroniche. In questo sound, però, risiede un lato molto oscuro, espresso solo in parte con le lyrics

Don’t leave me out in the cold, Don’t leave me out to die, I gave you everything, I can’t give you anymore, Now I’ve become just like you

Psycho” ha un incedere vagamente depechemodiano in cui vediamo il protagonista dell’album essere annientato. “Reapers” è la traccia più hard rock e coincide con una forte presa di coscienza della propria condizione mentre “Mercy” è un grido d’aiuto in cui, per creare il pathos necessario, si fa grande uso di sonorità epiche. Infine, “Aftermath”, che rappresenta l’unica ballad dell’album.

L’apice emotivo, tuttavia, si raggiunge con l’intensa “The Globalist“, una vera e propria suite di 10 minuti che cavalca vari stati d’animo: inizialmente, l’intro morriconiana prepara l’ascoltatore ad un’esperienza interiore, come una sorta di catarsi, interrotta da una sferzata energica ed aggressiva quasi a strapparlo da quella quiete che lo stava cullando e, nella parte conclusiva, si ritrova immerso in uno stato dolce amaro di malinconia.

Menzione speciale la meritano “[JFK]” e la titletrack. Per la prima non c’è bisogno di presentazioni, in quanto è un estratto del famosissimo discorso del 1961 che l’allora presidente John Fitzgerald Kennedy tenne ad Astoria e che, probabilmente, segnò la sua condanna a morte. “Drones”, invece, è interamente eseguita a cappella per ricreare una specie di preghiera in canto gregoriano, tanto che termina con la parola Amen. Un Amen che, più che la conclusione di una preghiera, sembra però quasi voler creare il dubbio, in chi ascolta l’album, che la salvezza del protagonista non sia poi così scontata, suscitando l’inquietudine di un futuro incerto.

Drones” è un album non esattamente accessibile al primo ascolto ma, al contempo, perfettamente a fuoco. Un viaggio all’interno di ogni essere umano e dei suoi picchi emotivi, nel bene e nel male. Un disco che ridefinisce in chiave moderna il concetto di “opera” e che, all’avviso di chi scrive, ha così tanto potenziale da meritare una trasposizione in musical.

Voto: 4,5/5

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