Un pensiero ad Amy Winehouse

Ricordo ancora il momento in cui ho saputo la notizia della morte di Amy Winehouse: ero in un locale con la mia amica Claudia e ci stavamo raccontando le ultime disavventure. A un certo punto, dopo aver preso il cellulare in mano, la mia amica si fa scura in volto “È morta Amy Winehouse“. Inizialmente sono rimasta attonita, come quando qualcuno ti parla in una lingua straniera e non sei sicuro d’aver capito il messaggio. A poco a poco, dentro me, si è fatta strada l’amarezza.

E no, non sto parlando di amarezza “professionale”, quella che ti fa pensare che, accidenti, avresti tanto voluto avvicinarti tanto così a uno dei personaggi più talentuosi e controversi del momento. No. Mi riferisco a quel senso di empatia umana che mi provoca tristezza quando una persona muore, soprattutto quando muore da sola. E ad Amy è successo proprio così: è morta da sola, senza nessuno al suo fianco.

Quando uscì Rehab, mia cugina impazzì per quella canzone, tanto da ripetermi all’infinito “devi ascoltarla, è troppo bella“. Non abbiamo gusti musicali compatibili io e mia cugina, e non le ho mai dato ascolto. Fino a quando un giorno – per caso – su Mtv passò proprio il video di Rehab. Fermo restando che il soul bianco non mi faceva impazzire, colsi nella voce e nello sguardo di Amy un tormento lacerante, una costante richiesta d’aiuto sussurrata all’orecchio. Di lì a poco, il successo planetario la travolse e, se possibile, la schiacciò ancora di più al suolo.

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Quando morì, quel 23 luglio 2011, vidi un sacco di commenti cattivi, quali “è solo una drogata” “se l’è cercata“. Ho provato un senso di rabbia enorme. Perché sì, era alcolizzata e usava sostanze stupefacenti, ma non era un atteggiamento per essere trendy, al contrario erano dei palliativi per trovar pace, per mettere a tacere la disperazione e la depressione che la stavano prosciugando. Nel 2003, quando pubblicò l’album di debutto Frank, Amy era una bellissima ragazza dal sorriso contagioso. Un sorriso che, forse, nascondeva già un grande dolore destinato ad esplodere. Ferite autolesioniste, cocktail micidiali di droghe pesanti, disturbi dell’alimentazione e la dipendenza da sostanze stupefacenti sono segnali allarmanti, che nessuno dovrebbe trascurare. Invece fu proprio il suo ex marito, Blake Fielder Civil, a farle percorrere sentieri ripidi che conducevano all’autodistruzione e all’annullamento di se stessa.

Quello stesso ex coniuge per il quale la Winehouse scrisse, a mio parere, la sua canzone più bella: “Love Is A Losing Game“. Un testo lineare e criptico al tempo stesso, in cui la giovane cantautrice paragona l’amore al tavolo da gioco: prima o poi, qualsiasi cosa accada, sei destinato a perdere la persona che ami, in un modo o nell’altro. Un testo talmente profondo da essere inserito nel programma di esami all’università di Cambridge. Quello stesso marito che non ha battuto ciglio davanti alla richiesta di sciacalli mediatici (mi spiace, ma non riesco a chiamarli giornalisti) di posare davanti alla tomba di Amy.

Back to Black rimarrà l’album che ha fatto conoscere Amy Winehouse al pubblico mondiale, ma è soprattutto la testimonianza di una vita piegata dal tormento e dal dolore. Non sapremo mai se, in caso non fosse morta così giovane, avrebbe potuto scrivere un album ancora migliore di Back to Black, in cui parlare di una rinascita personale. Ma una cosa la sappiamo: la sua morte l’ha fatta entrare nel club 27 – ovvero tutti i musicisti morti a 27 anni – e l’ha consacrata a leggenda. Spero che, in qualche modo, Amy Winehouse possa aver trovato la pace che tanto cercava.

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