I Venti Passi – Giorno 7 – Serie Tv, croce e delizia

Ebbene lo confesso. Una delle mie grandissime fisse sono le serie TV. Perché mi piacciono così tanto? Non lo so, in casa mia si sono sempre seguite. Non so di cosa si trattasse, ma ricordo che i miei amavano vedere Dynasty (magari mi sbaglio, ma si può considerare il rivale di Dallas?) ma anche Falcon Crest. La prima serie TV che mi ricordo di aver seguito – ed è inquietante, data l’età che avevo all’epoca – è stata Twin Peaks. Il padre di Laura Palmer mi faceva più paura del corpo di sua figlia ma ero affascinata dall’agente Dale Cooper. Certo è che quella stessa serie guardata 15-20 anni dopo mi ha fatto tutt’altro effetto, in quanto ero in grado di capire ogni sfumatura di Twin Peaks. Che senso ha riguardare una serie TV? Sì ok, anche i film si riguardano più volte ma hanno inizio e fine nel giro di due ore; fare un rewatch di un telefilm, invece, richiede molto tempo. Quali sono i motivi che portano ad un rewatch? Ce ne sono certamente tantissimi ma per quanto mi riguarda, è la possibilità di vivere una vita parallela. Un’illuminazione a cui sono arrivata da nemmeno molto tempo è il bisogno di riconoscermi in un personaggio, uomo o donna non ha differenza, che abbia dei tratti in comune con me, per esempio Claire Fisher di quella serie capolavoro che risponde al nome di Six Feet Under e che, non a caso, si contende il primo posto a pari merito con Twin Peaks. Ma questa è un’altra storia.

Il primo personaggio al quale mi sono sentita molto simile è Daria, protagonista dell’omonimo cartone. Quando l’ho visto la prima volta su MTV avevo all’incirca 18 anni e ricordo che mi ci ero appassionata, soprattutto per il rapporto quasi simbiotico che avevo con la mia migliore amica, nonché compagna di banco delle superiori. Con la differenza che lei era decisamente molto meno pungente di me – e anche di Jane Lane, la migliore amica di Daria – verso il mondo esterno. L’ho riguardata diverse volte ma non è mai cambiata l’impressione di vedere una mia rappresentazione in cartone. Non so se sia un bene o un male. Certo è che crescendo, ovviamente, si smussano parecchio alcuni tratti spigolosi che ci hanno caratterizzati in passato. Se adesso, per puro caso, dovessi incappare in una puntata di Daria, mi farebbe sorridere e proverei tenerezza per quella ragazzina dalle posizioni così nette. Man mano che cresci ti rendi conto che certi estremismi richiedono una fatica enorme e, talvolta, inutile.

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Una serie che, invece, sto rivedendo proprio in questi giorni è Friends. Devo ammettere di averla scoperta molto più tardi rispetto tante altre persone, ma credo che le serie TV siano come i libri: quando meno te lo aspetti, te ne capita una che ti rimarrà dentro per tanto, tanto tempo. La trama, che saprete quasi tutti, vede 6 ragazzi (3 femmine e 3 maschi) uniti da un forte rapporto di amicizia. Tralasciando il fatto che ho iniziato a guardare questa sitcom in un momento abbastanza nero, le gag dei protagonisti mi hanno insegnato quanto possa essere importante un gruppo di amici. Sì, un paio di amiche le avevo, ma avere un vero e proprio gruppo di amici ti aiuta a sopportare con più positività le difficoltà della vita e ti aiutano a non soccombere dopo averti raccolto col cucchiaino. E sì, anche in questo caso ho trovato similitudini con due personaggi: Monica e Chandler. Ciò che più mi accomuna a Chandler è rispondere con sarcasmo 90 volte su 100 ma anche, forse soprattutto, non saper spiegare la propria professione. Di Monica invece ho la stessa attenzione alle regole e la pretesa di essere esageratamente organizzata, non per mettere in ansia gli altri ma per sapermi gestire meglio.
Ma veramente il sapersi riconoscere in un personaggio è il criterio più importante per farmi venire voglia di rivedere una serie? Ovviamente no.

Ci sono quei telefilm in cui non ci si può facilmente identificare con qualcuno, eppure ti stregano: la trama è avvincente, i dialoghi realistici e gli aspetti psicologici e interpersonali dei vari personaggi vengono studiati in ogni minimo dettaglio. E’ il caso di Orphan Black, serie prodotta da BBC America e ora giunta alla quarta stagione. Samuele, grandissimo conoscitore e amante di serie TV, a dicembre mi ha parlato di questa serie, dicendomi che era stranissima ma assolutamente da guardare. Solitamente i nostri gusti non sono proprio esatti – per esempio, io non sopporto House Of Cards mentre lui la adora – ma ha detto le classiche 4 paroline magiche che mi convincono a guardare una nuova serie: “Secondo me potrebbe piacerti”. Ho guardato la prima puntata e, in meno di tre settimane, avevo già finito la terza stagione. Per chi non la conoscesse la trama

Sarah Manning è una ragazza orfana dalla vita completamente sregolata che decide di tornare in città per vedere sua figlia. Arrivata in stazione, assiste al suicidio di una ragazza uguale identica a lei e, tentata dalla ghiotta occasione, decide di approfittare della situazione. Ben presto verrà a conoscenza del mistero in cui è coinvolta Beth Childs, la ragazza suicida.

Non voglio anticipare nient’altro, per chi fosse incuriosito. Ciò che mi ha catturata particolarmente è la forte caratterizzazione dei personaggi femminili coinvolti nel mistero, molto diversi tra loro e dalla fortissima identità individuale. Il dettaglio che rende questi personaggi ancora più particolari è il fatto di essere interpretati dalla stessa attrice, Tatiana Maslany. Non posso sbottonarmi ulteriormente perché poi sfocio nel demone dello spoiler, come insegna ZeroCalcare, ma se mi sono portata alla pari con la programmazione americana (giunta nel frattempo, alla quarta stagione) e ho già fatto un rewatch, un motivo ci sarà. Oltre alla mia malattia mentale, ovviamente.

Adesso mi rimane solo un dilemma: come faccio ad aspettare un anno per la quinta e ultima stagione di Orphan Black? e per la prossima di Game Of Thrones? Urgono consigli per nuove ossessioni televisive, grazie!

I Venti Passi di Strani Anelli: Giorno 7

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